Progetto Tuttogiappone Tuttogiappone

John Henry Schnell e i primi coloni giapponesi in California

WakamatsuIl periodo Bakumatsu, ossia il periodo finale del governo Tokugawa, iniziò nel 1853 con l’arrivo, nel porto di Edo, delle “navi nere” del commodoro Matthew C. Perry.
Il Commodoro era latore di una lettera-ultimatum del presidente Millard Fillmore che chiedeva l’apertura del Giappone al commercio con gli Stati Uniti; accogliere l’ultimatum, avrebbe significato la fine dell’isolamento e l’apertura del Giappone al mondo occidentale.
Il periodo di Edo, o Tokugawa, era iniziato 250 anni prima, nel 1603, quando, dopo la vittoria nella battaglia di Sekigahara (1600), Tokugawa Ieyasu ricevette, dalle mani dell’imperatore, il titolo di shogun (capo militare). Ieyasu, che governava su tutto il Giappone, inaugurò una dinastia che avrebbe guidato il Paese fino al 1868. I Tokugawa assicurarono al Paese un periodo di relativa pace, ma anche un isolamento, quasi completo, verso il mondo esterno.

Con il 19° secolo il bakufu (governo militare) cominciò a mostrare le prime crepe, ma fu nel 1853 che iniziò la crisi.
L’8 luglio, di quell’anno, Perry arrivò ad Uraga, nella baia di Edo (l’odierna Tokyo). Consegnò la lettera con la promessa che sarebbe tornato l’anno successivo per ricevere la risposta.
La comparsa delle enormi navi – le “navi nere”, come le chiamarono i giapponesi – e la richiesta diedero il via ad una drammatica resa dei conti tra chi era a favore e chi contro l’ipotesi di accettare l’ultimatum americano.

Si formarono, quindi, due fazioni: i fautori dell’accordo, guidati dallo Shogun, e quelli che, ormai anacronisticamente, rifiutavano qualsiasi apertura e, riuniti attorno all’Imperatore e alla sua corte, erano pronti a ricacciare i barbari e a difendere con le armi l’orgoglioso isolamento.
L’anno successivo, il 31 marzo 1854, venne stipulata la Convenzione di Kanagawa, il primo trattato fra il Giappone e una nazione occidentale: ufficialmente ebbe così termine il periodo di isolamento del Paese. La decisione di firmare il trattato, venne presa dallo shogunato che, contrariamente alla prassi, non consultò preventivamente l’Imperatore. Questo fatto esacerbò ulteriormente gli animi e diede il via ad un periodo di violenze e tensione fra le due fazioni: i fedeli allo shogun e i filo-imperiali.

La resa dei conti avvenne nel 1868 quando scoppiò una breve ma violenta guerra civile: la guerra di Boshin. Il conflitto durò meno di 1 anno e mezzo (gennaio 1868 – maggio 1869) e si concluse con la vittoria delle forze imperiali. Nel 1868 salì al trono l’imperatore Mutsuhito (Meiji) dando così il via alla Restaurazione Meiji.

Matsudaira KatamoriOra, prima di proseguire, conviene fare qualche passo indietro.
Nel 1862, lo shogun Tokugawa Iemochi nominò Matsudaira Katakmori governatore di Kyoto, con l’incarico pacificare la situazione e riportare la calma in città dove gli scontri sanguinosi erano oramai all’ordine del giorno. Tranne un breve periodo, ricoprì l’incarico fino al 1868. Furono gli anni più turbolenti di quel periodo: assassini, imboscate, scontri, tra i simpatizzanti delle due fazioni, segnavano quotidianamente la vita nella capitale imperiale. Katanori, fra l’altro riusci a sventare vari complotti orditi dagli uomini del Choshu, uno dei domini più attivi nella lotta contro lo Shogun; ebbe anche ruolo nella creazione del famoso corpo speciale del Shinsengumi.

Il clan Matsudaira era una delle famiglie più fedeli ai Tokugawa. Le due famiglie erano anche unite da un legame di parentela: Tokugawa Ieyasu nacque, nel 1543, da Matsudaira Hirotada e il suo nome originario era appunto Matsudaira Takechiyo.
Dopo la battaglia di Sekigahara (1600), Tokugawa Ieyasu assegnò ai Matsudaira il dominio feudale di Aizu, nel nord del Giappone, con il castello di Tsuruga, chiamato anche Wakamatru-Aizu.

Torniamo al 1868, e precisamente alla decisiva battaglia di Toba-Fushimi (27-31 gennaio), nei pressi di Kyoto, che si concluse con la vittoria degli imperiali; come conseguenza, Matsudaira Katamori lasciò Kyoto e tornò nel suo feudo nell’Aizu. Qui, al comando della Lega Settentrionale – una lega di domini ancora fedeli allo Shogun – guidò la disperata resistenza.
Col passare dei giorni, fu chiaro che l’Aizu sarebbe rimasto solo a contrastare le soverchianti forze imperiali: il resto della lega, sotto la guida dell’ammiraglio Enomoto Takeaki, si traferì ad Hakodate dove poi avrebbe creato l’effimera Repubblica di Ezo.

Castello AizuQui, finalmente, introduciamo i fratelli Schnell: Edward e John Henry.
Nati nel Baden-Wuttenberg (Germania), ma di origini olandese, i fratelli Schnell, dopo aver militato nell’esercito prussiano, si imbarcarono per il Giappone, in cerca di fortuna. Qui lavoravono alle dipendenze delle legazioni prussiana (John Henry) e olandese (Edward), si diedero al commercio: esportavano lacche giapponesi e vendevano, ai giapponesi, mappe geografiche. La loro specializzazione, comunque, era il commercio di armi e il lord di Aizu era uno dei migliori clienti.
John Henry si stabilì a Wakamatsu, si sposò con una donna giapponese di una famiglia di samurai, ed ebbe due figli. Fu consigliere militare dei Matsudaira e addestrò i samurai all’uso delle nuove armi da sparo importate dall’Occidente. Katamori gli diede il nome di Hiramatsu e lo nominò samurai: durante la guerra di Boshin venne messo al comando di una unità di samurai dell’Aizu.

Nell’ottobre del 1868 iniziò lo scontro finale, ma, nonostante una stregua difesa, la disparità di forze non permise un esito diverso: un mese dopo Matudaira Katamori si dovette arrendere.
Henry Schnell, riuscì a convincere il lord Matsudaira a lasciarlo partire per una impresa rischiosa: fondare una colonia agricola in California. Il progetto di Schnell prevedeva la partenza di tre ondate successive per un totale di circa 400 coloni. Nel primo gruppo, di 21 persone, c’erano lui, con la moglie e i due figli, la bambinaia Otei, un dottore e tre samurai con le rispettive famiglie.
La California, da poco entrata a far parte degli Stati Uniti, era una terra ideale per cominciare una nuova vita. Attirati dall’oro, da immensi spazi e dalle grandi prospettive, molti coloni, non solo americani, arrivarono con la speranza di trovare fortuna per se e per le proprie famiglie.

Il 30 aprile 1869, il primo gruppo partì da Yokohama, a bordo del piroscafo “China” della “Pacific Mail Steamship”. Arrivarono a San Francisco il 20 maggio. Qui rimasero due settimane, in attesa di sapere dove andare: una terra non l’avevano ancora e quindi, anche mediante inserzioni pubblicitarie sul “Daily Alta California”, riuscirono a trovare un appezzamento di 160 acri, coperto di vigneti, per 500 dollari. L’azienda agricola conteneva, oltre a 30.000 viti, un campo di grano, una grande casa di mattoni, già arredata, fienili, cantine per il vino, attrezzature agricole, animali (cavalli, mucche, maiali e galline).
Da San Francisco. i coloni giapponesi, presero un piroscafo per Sacramento; poi in treno fino a Placerville nella cui vicina Gold Hill c’era la fattoria che avevano acquistato. La località si trovava nella contea di El Dorado, a 500 metri di quota. Chiamarono la colonia: Wakamatsu Tea and Silk Colony Farm
Gold Hill aveva conosciuto un veloce sviluppo durante la mitica “corsa all’oro”. Nel 1851, nell’area, c’erano 151 edifici, tra cui una scuola, saloon, alberghi e negozi. Nel 1864 le miniere vennero chiuse e centinaia di abitanti lasciarono Gold Hill: rimasero solo alcuni contadini e una piccola comunità di cinesi.

L’arrivo del gruppo di giapponesi, guidato da un occidentale, suscitò un certo interesse a San Francisco. La popolazione nutriva una forte diffidenza verso la folta comunità di cinesi, ma i giapponesi erano diversi: venivano in California con un chiaro progetto, con le famiglie al seguito e con una somma di denaro per poter costruire una comunità auto-sufficiente. Soprattutto rispettavano e accettavano le leggi americane.
Il Daily Alta California, un giornale di San Francisco, intervistò Schnell e si mostrò particolarmente interessato alle vicende del gruppo di immigrati giapponesi.

Nel 1870, secondo documenti ufficiali del censimento, negli Stati Uniti vivevano 55 giapponesi, di cui 33 si trovavano in California. All’interno dello Stato della California, 21 di loro vivevano nella contea di El Dorado, nella colonia di Wakamatsu. In pratica, la colonia, era il più numeroso insediamento giapponese all’interno degli Stati Uniti.

ColoniaI nuovi coloni portarono con sé oggetti dal Giappone: sia oggetti pratici che simbolici. Migliaia di piccoli alberelli di gelso con bozzoli di bachi da seta, radici di bamboo, semi di thè, piantine per la coltivazione dell’uva. Inoltre portarono numerosi utensili da cucina; arrivarono anche oggetti più simbolici come spade e uno stendardo con l’emblema della città di Wakamatsu.
Introdussero coltivazioni nuove che vennero presentate, con successo, alla fiera agricola di Sacramento, nel 1869, e a quella di San Francisco, l’anno successivo.

All’inizio, per la colonia, le cose andarono bene; 50.000 furono le piante di gelso piantate per una coltivazione di seta e 140.0000 furono le piante di thè. Di grande importanza fu la piantagione di riso, a grano corto, che i coloni misero in piedi.
Presto cominciarono le difficoltà: nell’estate del 1870 ci fu una pesante siccità e, a peggiorare le cose, per l’irrigazione usarono l’acqua della vicina vecchia miniera, ricca di ferro e zolfo, che distrusse la maggior parte del raccolto. Questi due problemi, uniti alla mancanza di capitali, portarono al collasso della colonia.
Ci fu sicuramente una mancanza di esperienza da parte dei coloni, ma, come il classico colpo di grazia, arrivarono due brutte notizia del Giappone: un ordine imperiale proibì a qualsiasi samurai, fedele all’ex Shogun, di lasciare il Paese; inoltre il lord Matsudaira venne rilasciato, dal governo, con la promessa di rinunciare al potere e alle sue ricchezze. Di conseguenza, dal Giappone non potevano più arrivare né nuovi coloni, né nuovi finanziamenti.

Dopo soli due anni, la colonia si disgregò.
I coloni partirono alla ricerca di migliori condizioni di vita. Almeno tre di loro trovarono un impiego nel campo dell’agricoltura, e rimasero in zona; uno di loro era Masumizu Kuninosuke: si trasferì a Coloma e divenne contadino e minatore. Nel 1877 sposò Carrie Wilson, una ragazza di origini miste – africane e pellerossa (Cherokee) – e si trasferì poi a Sacramento. Kuninosuke morì a 66 anni, nel 1915, e venne sepolto nel cimitero di Colusa.
La diciottenne bambinaia, Okei, e il samurai Sakurai Matsunosuke, trovarono impiego presso la famiglia Veerkamp. Sakurai si distinse come frutticultore, alle dipendenze della famiglia con cui lavorò fino alla morte, nel febbraio del 1901. Fu sepolto nel Vineyard Cemetery a Coloma.
La ragazza Okei Ito ebbe un breve e difficile vita; venne trattata con grande gentilezza dalla famiglia Veerkamp, ma, purtroppo, non visse a lungo. Febbri malariche e, forse, la tubercolosi, la portarono alla morte nel 1871, all’età di soli 19 anni.
Altri coloni, tornarono in Giappone e uno di loro ebbe un certo successo come commerciante di frutta secca, un prodotto sconosciuto in Giappone.
Misteriosa fu la sorte di John Henry Schnell e della sua famiglia. Partito per il Giappone, nell’estate del 1871 – ufficialmente per cercare nuovi fondi e nuovi coloni – di Schnell non si seppe più niente; nessun documento a testimoniare la presenza di Schnell in Giappone dopo il 1871. Voci circolarono sulla sua presenza in Svizzera nel 1880.

Di un certo rilievo fu il personaggio della bambinaia Okei. Come abbiamo visto, morì poco dopo la partenza di Schnell; fu anche vittima di una grande nostalgia per il suo Paese.
Le cronache riportano che usava salire una collina – la stessa dove verrà poi sepolta – e osservare verso occidente, verso la sua lontana Patria. Okei sognava di veder tornare Schnell, sua moglie e i bambini, con nuovi coloni per ristabilire la cultura giapponese nella colonia di Wakamatsu. Morì nel 1871 e sulla sua lapide, sulla sommità della collina c’è ora una semplice incisione: “In memoria di Okei, morta nel 1871 all’età di 19 anni, una ragazza giapponese”.

Lapide OkeiOggi la semplice bambinaia Okei è ricordata come la prima donna giapponese ad essere morta sul suolo degli Stati Uniti; è anche considerata l’avanguardia delle migliaia di donne giapponesi che, nei decenni successivi, sarebbero immigrate negli Stati Uniti e, in particolare, in California.

Ancor prima che la fattoria “Wakamatsu Tea and Silk Farm Colony” diventasse ufficialmente un sito storico della California, nel 1969, la tomba di Okei, fu meta di pellegrinaggi; visitata ogni anno da centinaia di persone che tengono costantemente pulita la tomba e provvedono a piantarvi sempre nuovi fiori.
La famiglia Veerkamp donò le spade e lo stendardo della colonia agricola allo Stato della California, come oggetti storici da preservare.

Autore : Cristiano Suriani

Fonti:

The First Japanese Immigrants to America di Sean Yoshikawa
History of the Wakamatsu Tea and Silk Colony Farm di Alan Ehrgot
Wakamatsu Tea and Silk Farm Colony at Gold Hill di Kevin Starr
The Battle of Aizu di Shimazu Masayoshi
Henry Schnell and Japanese Immigration to the United States di Hirohisa Kawaguchi
Pacific Pioneers: Japanese Journeys to America and Hawaii, 1850-80 di John E. Van Sant

Condividi

Leave a Reply

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>