La Yakuza: dalle origini agli anni ’60

Machi-YakkoIl Giappone è uno dei paesi al mondo con il più basso indice di criminalità, ma, allo stesso tempo, ospita una delle più grandi organizzazioni criminali a livello mondiale: la Yakuza.
Alla Yakuza, secondo dati risalenti al 2005, aderiscono circa 86.300 affiliati divisi in varie famiglie. C’è una una grande differenza con le altre organizzazioni malavitose: la Yakuza, sembra incredibile a dirsi, vive allo scoperto: ha i suoi uffici, i suoi aderenti sono facilmente riconoscibili dai tatuaggi che spesso mostrano pubblicamente, le insegne delle varie famiglie sono spesso oggetto, addirittura, di attività di marchandising. Aderire alla Yakuza non è un reato: reati sono le attività illegali che svolge.

Sulle radici storiche della Yakuza, circolano due ipotesi, ma tutte e due concordano comunque sul periodo di nascita di quella che poi sarebbe diventata la mafia giapponese: il XVII secolo tra la fine dell’Era Muromachi e l’inizio dell’Era di Edo.
La prima ipotesi, forse quella più accreditata, fa risalire le origini ai Kabukimono, o Hatamoto-Yakko. I Kabukimono erano bande di ronin, samurai senza padroni, e di ex dipendenti di famiglie di samurai.
Con l’era Tokugawa, iniziò un periodo di pace nel paese e molti samurai, per mancanza di lavoro, vennero rilasciati dai loro padroni e divennero dei ronin: si unirono tra di loro formando delle bande. Queste bande erano conosciute per la violenza con la quale taglieggiavano e terrorizzavano gli abitanti dei villaggi. Erano noti anche per il loro comportamento rozzo e per il loro linguaggio volgare. Vestivano, inoltre, in maniera appariscente, con colori sgargianti, e portavano eccentrici tagli di capelli.
L’altra ipotesi, sostenuta dalla stessa Yakuza, considera come progenitori i Machi-Yakko, una sorta di polizia privata che, costituita da commercianti, negozianti e anche da ronin: aveva il compito di proteggere i villaggi dalla scorrerie dei Kabukimono. Erano figure molto amate dalla popolazione e assunsero il ruolo di eroi popolari che intervenivano per proteggere i più deboli contro i terribili Kabukimono. Gli affiliati Machi-Yakko erano dediti al gioco d’azzardo e instaurarono tra di loro una relazione del tutto simile a quella che esiste tuttora nella Yakuza.
Gruppi più simili alla moderna mafia giapponese, nacquero alla metà del XVIII secolo: i Bakuto e i Tekiya.
I Bakuto erano giocatori d’azzardo che percorrevano il Giappone portando i loro giochi tradizionali. Essendo il gioco d’azzardo illegale, erano considerati molto in basso nel sistema feudale delle caste. Nonostante ciò molti signori feudali li assumevano per giocare con i loro dipendenti al fine di recuperare parte dello stipendio.



I Bakuto usavano anche tatuarsi vistosamente il corpo. Dai Bakuto, probabilmente, deriva anche il nome “Yakuza”; tra i giochi che praticavano c’era l’Oicho-kabu, una sorta di Blackjack in cui però bisogna arrivare al punteggio di 19 e non di 21. Se un giocatore raggiunge il punteggio di 20, sballa: il 20 è quindi il punteggio peggiore, equivale a 0. Una di queste combinazioni che danno il risultato di 20 è 8-9-3 che in giapponese si legge come ya-ku-sa. La popolazione considerava i Bakuto come gente inutile, un 8-9-3, un yakuza.
I Tekiya, invece, erano venditori ambulanti che erano noti per la tendenza ad imbrogliare i clienti: vendevano merce di scarsa qualità se non, addirittura, contraffatta. Si univano in gruppi ed arrivarono a controllare le fiere dove offrivano, in cambio di soldi, un servizio di protezione agli altri commercianti. Fu in questo gruppo che comparve per la prima volta il termine Oyabun per designere la persona con la carica più alta.
I Tekiya svolgevano un compito del tutto legale e cioè quello di supervisionare e proteggere i commercianti: per questo il governo di Edo rafforzò il loro potere dando la possibilità di portare la spada. Ma i Tekiya portavano avanti anche operazione illecite come, per esempio, il racket, le estorsioni. Anche loro occupavano un posto molto in basso nel sistema delle caste.

YakuzaNel periodo intorno alla Seconda Guerra Mondiale, nacque un terzo gruppo chiamato Gurentai. I Gurentai erano quelli che più degli altri si avvicinavano al concetto moderno di bande criminali: usavano la violenza per raggiungere i loro scopi; erano vicini agli ambienti politici di estrema destra e ultranazionalisti; venivano spesso usati per intimidire le organizzazioni sindacali e avevano un rapporto stretto con molti ufficiali dell’esercito.
Grazie a questi gruppi, negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, vennero portati a termine numerosi assassini politici. Parteciparono pure ad attività di spionaggio nelle colonie. Insomma in quegli anni i Gurentai rappresentavano il braccio violento del regime, utilizzato per intimidire ed eliminare personaggi scomodi.
Dopo la fine della guerra, nonostante la feroce lotta da parte degli Stati Uniti, la Yakuza (intendendo quindi questi tre gruppi) non morì, ma, anzi, sopravvisse grazie al mercato nero che si era diffuso nei primi anni del dopoguerra. Nel 1950 gli Stati Uniti alzarono bandiera bianca riconoscendo l’impossibilità di sconfiggere la Yakuza. Oltretutto ufficiali dell’esercito si servivano della vasta reta instaurata della mafia per i loro scopi di gestione del Giappone post-bellico.
Intanto la Yakuza si stava adeguando ai tempi moderni: divenne più violenta, ramificò i suoi interessi in diverse direzioni. Anche il look cambiò e la spada venne sostituita dalla pistola e i membri, influenzati dai film americani di gangster, comimciarono a vestirsi all’americana con occhiali da sole, completi scuri su maglietta bianca.
Tra gli anni ’50 e ’60, il momento forse di massimo splendore della Yakuza, si potevano contare circa 184.000 membri con 5.200 bande operanti in quasi tutto il Paese. In quegli anni scoppiò anche una violenta guerra intestina che terminò grazie all’intervento di un ambiguo personaggio: Yoshio Kodama.

Leggi l’articolo La Yakuza moderna

Autore : Cristiano Suriani

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